uei, i moguei.
10 Febbraio 2009
Stuart Braithwaite di secondo nome fa Leslie, come gli amplificatori rotanti. E’ un ciccione pelato con la maglietta di Star Wars e la faccia da fonico, però ha una moglie e due cani e una vita tutto sommato felice: non è facile essere felici, tutto sommato. Provateci voi. Stuart L. Braithwaite può permettersi di dire one two three four solo muovendo le labbra, e gli rispondono due chitarre un basso e una batteria con rombo di tuono. Rombo di tuono non nel senso di Gigi Riva, anche se il calcio in qualche modo c’entra. Il rombo di tuono è quello dei Mogwai, un gruppo scozzese che si chiama come il mostriciattolo di un film americano. Read the rest of this entry »
buddy sbadabùm
3 Febbraio 2009
Va là, Buddy, smettila. Buddy stanotte si è schiantato nel grano con l’aereo, sul grano c’era la neve. C’è un video del ’58 con l’annunciatrice che sembra la regina Elisabetta, però è americana. Questi ragazzi sono gli specialisti del rock n’ roll, dice l’annunciatrice. Quello che pensate del rock n’ roll, gentile pubblico, non è importante. L’importante è avere la mente aperta a queste nuove forme di espressione dei ggiovani che blablabla. Cambio canale. No, aspetta. C’è Buddy. I love you Peggy Sue? Va là, Buddy, smettila.
giurnalist’ pallist’
21 Gennaio 2009
il nuovo di springsteen, traccia per traccia.
c’è caso che non ve ne freghi nulla, di bruce springsteen.
il titolo della recensione è:
Il nuovo disco di Springsteen è un nuovo disco di Springsteen.
ma che simpaticone.
(il disco esce dopodomani, per quelli che ancora si comprano i dischi)
napoloni
19 Gennaio 2009
nonnoT (per favore, niente commenti. per favore)
18 Gennaio 2009
La morte ha l’odore dei piedi quando puzzano. Prima di arrivare. Perché quando arriva – quando è arrivata – la morte non ha nessun odore. Però prima, il giorno prima, la morte si fa annunciare da una puzza familiare e insopportabile: quella degli spogliatoi, delle scarpe dei vicini di letto al campeggio, delle camere d’ostello. L’infermiera mi dice che è normale: “Sì – mi dice – è normale. Fanno così”. Fa un sorriso a mia nonna. Gentile. Cambia la flebo, poi esce. “Lei è gentile – mi dice mia nonna – quell’altra è un po’ più tignosa”. Read the rest of this entry »
cuordimanzo blues
16 Gennaio 2009
Cuordimanzo, non si è mai capito perché. Capitano Cuordimanzo, da declamare saltando in piedi sul banco, subito, oggi, se no l’attimo se ne fugge. Captain Beefheart compie 68 anni, ed è un vecchio sclerotico della California del Sud. Sclerotico nel senso di sclerosi multipla. Però dipinge dei quadri bellissimi. E quarant’anni fa riusciva a stare sveglio una settimana, poi dormiva due giorni a fila, e quando si svegliava aveva sognato un disco.
Ah, sì, beh, Captain Beefheart.
Captain chi?
Non c’è troppa via di mezzo: uno come Cuordimanzo non lo senti dire in giro: lo conosci, e allora le chiacchiere sono inutili: parlare di musica è come ballare di architettura, diceva il suo amico Frank Zappa (tra l’altro il soprannome l’ha inventato lui). Oppure non l’hai mai sentito nominare, e allora volti pagina, più o meno metaforicamente: te ne freghi, se oggi è il compleanno di Don Van Vliet.
Don Van Vliet è il suo vero nome. “Cantante, musicista e pittore statunitense, tra i precursori e maggiori esponenti del rock sperimentale” dice Wikipedia, che ne riporta immediatamente la citazione-manifesto: “Non voglio vendere la mia musica. Vorrei regalarla, perché da dove l’ho presa non bisogna pagare per averla”. Radiohead, beccatevi questa. Don Van Vliet, voce di uno che grida nel deserto con le pezze al culo e non lo capisce nessuno, perché la sua voce è “Raucedine, gargarismi, respiri, sottovoce, falsetto… tutto serve allo scopo di smantellare l’arte del canto e tramutarla in degradata emissione di versi bestiali” (Scaruffi). Tom Waits, beccati questa.
Ascoltare Captain Beefheart nel 2009, a 27 anni, io. L’età che aveva lui nel ’68, quando le canne si chiamavano ancora spinelli e la Rivoluzione era un blues di Neil Young. “Se c’è un bianco che può cantare il blues, quello è Captain Beefheart” (Rossi). Non capire un tubo della musica del Capitano Curdimanzo è perfettamente normale: non si capisce un tubo nemmeno nei quadri di Jackson Pollock, eppure. “L’arte astratta è buttare un secchio di vernice sulla tela, passarci sopra uno straccio e poi vendere lo straccio” (questa non mi ricordo chi l’ha detta): il free jazz, la musica più inascoltabile dell’Occidente, è l’equivalente sonoro del cubismo, dell’astrattismo, della Kinopravda, di tutto ciò che è smantellamento formale e in generale di tutto ciò che è noiosissimo dopo tre minuti. Il blues slogato del Capitano è pieno di ingerenze free jazz, eppure è libidine pura: la cappa intellettualoide se ne va appena si spalanca la finestra, e quello che respiri è ossigeno ossigenato, refrigerante e biondo. Avercene.
Tutti (quelli che ne sanno) ti diranno che Trout Mask Replica (1969) è la cosa migliore successa al rock nell’ultimo mezzo secolo, ma gli ascoltatori di musica buona sono gente strana e permalosa, e alle Superclassifiche fanno sciò, via, te le faccio vedere io le Pietre Miliari. Se c’è una cosa più di nicchia di Captain Beefheart sono quelli che snobbano Captain Beefheart e la sua faccia-di-pesce. In effetti, TMR è tosto. Ci sono due chitarre che si parlano addosso, basso e batteria che vanno a caso e soprattutto il clarinetto basso, vai te a capire se uno deve innamorarsi del clarinetto basso: lo suonava Eric Dolphy (free jazz, rieccoti), ma neppure un soggetto stilosissimo come Eric Dolphy riuscì a levargli di dosso quell’aria da “vorrei essere un sax tenore ma non posso, in compenso non sono nemmeno un clarinetto perché sembro la pipa di Gandalf”. Se c’è una cosa peggiore del clarinetto, diceva Ambrose Bierce, sono due clarinetti. Non è vero: se c’è una cosa peggiore del clarinetto, è il clarinetto basso.
Una voce come non ne sentiremo più, the only true dadaist in rock che ci ha reso appetibile l’avanguardia grazie a robuste iniezioni di blues, e il blues, almeno quello, lo capiscono tutti. Oggi Cuordimanzo compie 68 anni, e da un bel pezzo è una specie di J.D. Salinger: ritirato, malato, dipinge e scolpisce per le gallerie fighette di Soho, e la gente va a vedersi le sue opere e dice: wow, chi è ‘sto genio?
E’ Don Van Vliet.
Ah, sì, beh: Captain Beefheart.
Captain chi?
Auguri da lontano, Cuordimanzo.
(vabbeh, il compleanno era ieri. ma ieri è stato un giorno terribile)
à Addis Abeba les chien sont partout
8 Gennaio 2009
Une secrétaire aux ongles très décorés écrit mon nom sur le visa qui coûte vingt dollars et qui porte le même nom que les cartes de crédit Visa, puis elle le colle sur mon passeport italien: marque de prestige sûre, welcome to Ethiopia.
e poi continua.
ecco.
non è che
7 Gennaio 2009
non è che ci sia molto da inventare: il momento peggiore è stato sfare il letto senza rifarlo, perché quella era l’ultima volta.
è successo sei ore fa.
l’8 settembre 2007 ho dormito per la prima volta in viaparadiso, e ieri notte è stata l’ultima notte: un anno e tre mesi, quasi esatti.
tra l’altro domani, l’ottogennaio, sarebbe pure il compleanno di Verbano.
stanotte dormirò a casa dei miei genitori, che poi sarebbe sempre casa mia, ma non ci dormivo da quindici mesi quasi esatti, perchè casa mia era casa nostra, mia e sua.
la rivoluzione va fatta senza che nessuno se ne accorga, diceva quello, e questa è una rivoluzione di cui non si accorgerà nessuno: c’è la guerra, c’è la neve, ci sono io che cambio vita e faccio il misterioso.
lei sta a venezia, il gatto è parcheggiato dai suoi, ci vedremo tra…
i cazzi miei su internet, no, davvero: non ce la faccio.
voglio andare a vivere a bologna, questo avrei piacere di dirlo in giro: cerco una casa, e un (altro) lavoro.
la mia vita raccontata male ve la racconto bene se me la chiedete.
qua la wireless è più lenta, non ho voglia di disfare le valigie e non esistono vitelli grassi.
bentornato.
fricchettoneide
26 Dicembre 2008

Siamo condannati a un pubblico di fricchettoni, dice Giacomo Toni, e la rima non è per niente voluta. Non ci sono molte rime nelle canzoni di Giacomo Toni, ma la gente le sa a memoria lo stesso. La gente è la sua gente, ogni volta che torno a sentirlo vedo in mezzo al pubblico le stesse venti-trenta facce: è la tribù dei forlimpopolesi, lo seguono ovunque, se lo portano in un palmo di mano e con l’altra mano bevono un po’ di brulé, perché è la sera di Natale e fa un freddo cane.”Festeggiamo Gesù Bambino che è venuto al mondo per scacciare via i musulmani e gli induisti”. La sua gente ride, applaude, si sdilinquisce: “Suona, Giacomo, suona!”.
Il Magazzino Parallelo è imballato, molti sono qua per il concerto: gli altri passeranno tutto il tempo a farsi gli auguri e a raccontarsi storie poco interessanti a un volume altissimo, andando inevitabilmente a sfracellare l’atmosfera dei (rari) pezzi tranquilli che la Novecento Band mette sul tavolo. La gag è la solita: “Vi presento la Novecento Tribute Band – dice Giacomo – ovvero il gruppo che fa le cover delle canzoni che la Novecento Band suonava nel 2008”. Gli altri tre di solito a questo punto se la ridono, abbassano la testa e mitragliano sedici battute di swing. L’altra sera gli altri tre erano quattro: al trio Francesconi – Villa – Frattini (chitarra contrabbasso batteria) si è aggiunto Marcello Detti detto Jandù, muscolare trombonista noto ai più (ma soprattutto alle più) per la sua militanza nei Nobraino. Jandù fa il trombonista quando c’è da fare il trombonista, e nel jazzato cantautorato proposto dalla Premiata Ditta Toni ci sta come il cioccolato fuso sul pandoro. Ma poi l’indomito Detti tira fuori il suo armamentario di conchiglie a fiato e imbuti riconvertiti a olifanti, e aggiunge variopinti rumorismi di condimento. L’amalgama sembra buono, giacché amalgama è maschile: sono parecchie le volte in cui Giacomo si allontana dal microfono e si gode il suo quartetto, fa Sì con la testa e mescola l’acqua con il rum.
Il 2 gennaio la Novecento Band suona al Madamadorè di Forlì, chissà se la comparsata diventerà consuetudine: per il concerto dell’altra sera hanno fatto le prove l’altro pomeriggio, questa è gente che ha poco tempo da perdere. Un paio d’ore filano lisce lisce al Magazzino Paralleo, tra cori da stadio e siparietti d’antologia: spesso (più spesso del solito) Giacomino rimane solo di fronte al pianoforte, sembra che abbia quattro mani e racconta barzellette su operai nordafricani che finiscono a lavorare nel nostro Nord Est, e nessuno usa le chiavi inglesi perché le chiavi inglesi devono tornarsene in Inghilterra invece di venire qua a rubare il lavoro alle chiavi italiane. La sua gente se lo mangia con gli occhi, lui gli occhi li tiene chiusi ma i tasti li trova lo stesso, e a me torna in mente come al solito quella frase di Tom Waits: “Il pianoforte è l’unico strumento musicale su cui si può appoggiare un bicchiere”.
Era iniziato con una chitarra acustica, il concerto, e con una chitarra acustica finirà: la chiusura con Il peggio del peggio era inevitabile, la presentazione pure: “Visto che mi ascoltano solo i fricchettoni ho scritto un pezzo da fricchettoni. Però ricordatevi una cosa: i fricchettoni sono la morte della musica”. Tutti l’hanno dimenticato e pochi l’hanno sentito, ma il concerto si è aperto con un pezzo voce – chitarra acustica – contrabbasso che se lo faceva Vinicio Capossela a teatro il teatro rimaneva muto: quattro strofe senza plettro con la storia della “ragazza più bella tra il Rio delle Amazzoni e la foce del Po”, e giudici e gendarmi e preti che mettono in croce chi ha la sfiga di innamorarsene. Il ragazzo ha della stoffa. “Ha qualcosa di De André – mi dice una tipa – forse il modo di raccontare le storie”. E poi ci sono Buscaglione e Jannacci, Arigliano e Gaetano, i denti inspiegabilmente bianchissimi di uno che la vita la prende dritta nelle gengive, un quartetto/quintetto di musicisti con una panacca invidiabile, come si fa a non divertirsi?
La panacca sarebbe il tiro, signora, quella cosa che hanno i gruppi musicali quando ti fanno venire voglia di ballare. I fricchettoni che cosa sono? I fricchettoni siamo noi, che domande. Buon Natale in ritardo, e un consiglio in anticipo: il 2 gennaio al Madamadorè, fai te.
almeno lo aggiornassi, ’sto blog
16 Dicembre 2008
evviva, sono su facebook.
e poi lascio la casa e il lavoro e vado a vivere a bologna.
non è vero che lascio il lavoro, però quasi.
che poi, a bologna, dico dico ma non ci sono ancora andato.
oh, ma ci vado, tranquilli.
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