nonnoT (per favore, niente commenti. per favore)

La morte ha l’odore dei piedi quando puzzano. Prima di arrivare. Perché quando arriva – quando è arrivata – la morte non ha nessun odore. Però prima, il giorno prima, la morte si fa annunciare da una puzza familiare e insopportabile: quella degli spogliatoi, delle scarpe dei vicini di letto al campeggio, delle camere d’ostello. L’infermiera mi dice che è normale: “Sì – mi dice – è normale. Fanno così”. Fa un sorriso a mia nonna. Gentile. Cambia la flebo, poi esce. “Lei è gentile – mi dice mia nonna – quell’altra è un po’ più tignosa”.

Tutto un giovedì pomeriggio in ospedale a cercare di pensare ad altro, tutto un week end a rispondere al cellulare dalla camera mortuaria: no, non l’ho visto il tuo cazzo di comunicato stampa, sì, pronto, Presidente, no, si figuri, la aspettavo, mi dica pure.

Mia nonna si alza dalla sedia, mi dice: “Provo a fare un po’ di pipì”. Poi va in bagno, non sento il rumore dello scarico perché la bombola dell’ossigeno fa troppo casino. Gli hanno attaccato gli aghi all’alluce sinistro, erano finite le vene buone. L’elastico verde della mascherina gli deforma un orecchio. Mia nonna torna nella stanza, sono le sei meno un quarto. “Quasi quasi mangio, così poi sono a posto”. Tira fuori da un sacchetto di plastica due mezze piadine e un pezzo di salame grande come un wurstel, dà un morso di qua e un morso di là, a occhi bassi. Le chiedo se vuole un bicchiere d’acqua. “No. Bevo dopo, che devo prendere una medicina”. In due minuti mangia piadina e salame così, a secco, poi beve due dita d’acqua per mandare giù una pastiglia e torna sulla poltrona di fianco al letto.

“Ieri ha mangiato – ripete – ha mangiato tanto. Il dottore me l’ha anche detto: Signora, ha detto, questa settimana no che non lo mandiamo a casa. Ma la prossima…”. E’ la quarta volta che mi racconta questa storia, domani alla camera mortuaria la racconterà altre quaranta volte. Ne racconterà anche un’altra: “Quando ha sentito la mia voce ha aperto gli occhi e mi ha guardato”. E’ vero: suo marito è entrato in coma mercoledì notte, i dottori l’hanno preso a schiaffi e l’hanno bombato per vedere di farlo riprendere, ma niente, solo ossigeno e puzza di piedi. Poi giovedì mattina è arrivata lei, è entrata nella stanza e lui ha aperto un occhio. L’ha guardata. “Glielo giuro, dottore – dice mia nonna, distrutta – mi ha guardato”. Poi, più niente. Sembra un luogo comune, invece è vero.

Mio nonno è morto la notte tra giovedì e venerdì. Si chiamava Tonino, e quando andava nel circolo dei repubblicani del Ronco si dava la crema sulle mani, così le carte scivolavano meglio. Fumava nazionali senza filtro di nascosto da mia nonna, che lo sapeva benissimo. Mi ha insegnato a guidare il trattore, e mi ha sempre detto: al mio funerale voglio la banda, e voglio che suoni anche te. L’inno di Mameli, e Romagna Mia.

Credevo che il coma fosse una cosa statica, asettica e piena di macchine che fanno bip. Il coma del nonno Tonino è stato rumoroso e puzzolente, quel cazzo di ossigeno sembrava un frullatore e il suo petto andava su e giù, ci ho messo una mano sopra e ho sentito grattare, come se un gatto gli facesse le fusa dentro ai polmoni. Rumoroso, puzzolente. Corto. Una notte, e un giorno. La notte successiva l’odore se n’è andato, e anche il rumore. Il mio babbo mi sveglia alle tre e mezza di venerdì e mi dice: “Andiamo, il nonno è morto”.

Sembrava una tartaruga. Bianco neon sdentato accartocciato.

Ai morti si mette il vestito migliore, e un affare di plastica sotto al mento per tenere alta la testa e chiusa la bocca. Penso che siano tutte cazzate quei “Guardalo lì com’è sereno”: se togliessimo il reggi-mento, la bocca si spalancherebbe come la bambolina dei film horror e la faccia andrebbe da tutte le parti. E mio nonno sarebbe sereno lo stesso. I morti non sono sereni, i morti sono morti. Ha smesso di soffrire, sì. Ci sono altri luoghi comuni che vi va di dire alla donna che lo ha amato per cinquant’anni? A sua figlia? A me che ho il mio nome scritto su una corona di fiori? Mia madre ha la faccia viola e gli occhi spompati: “Come sei bello, papà”.

Non ho pianto al funerale di mio nonno. Non riesco a suonare il clarinetto piangendo.

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