giurnalist’ pallist’

paid the cost to be the bossil nuovo di springsteen, traccia per traccia.
c’è caso che non ve ne freghi nulla, di bruce springsteen.
il titolo della recensione è:

Il nuovo disco di Springsteen è un nuovo disco di Springsteen.

ma che simpaticone.
(il disco esce dopodomani, per quelli che ancora si comprano i dischi)

01. Outlaw Pete

Inizia che sembra Eleanor Rigby dei Beatles, poi il Boss apre la bocca e nella sua voce c’è una marea di riverbero. Rod Stewart un’ottava sotto, con mooolto più testosterone. Citazione (probabilmente involontaria) da I was made for loving you baby. Tutti pezzi da tre-quattro minuti, la prima traccia ne dura otto. Spiazzante, di solito è il contrario. La storia, se la raccontava Johnny Cash, veniva meglio. Ma perché tutti ‘sti violini?

02. My lucky day

Tonica – sottodominante – dominante, come faremmo senza di voi? Pezzone da motociclisti con il solito sax di Clarence Clemons che ha rotto i maroni vent’anni fa, ma alla sua gente piace. Le seconde voci da urlare nello stesso microfono, le bandane, le svirgolate di hammond, il finale da stadio. Pura maniera. I fan la adoreranno.

03. Working on a dream

Il singolo. La strofa sembra un pezzo brutto dei Pearl Jam, il ritornello sembra la canzone di prima, però un po’ più dolce. Ogni tanto spunta una specie di fanfara lontanissima, uno xylofono, qualcuno che fischietta. Fischiettare sopra la E-Street Band che mena come una squadra di tornitori fa un po’ supplizio di Tantalo. Finale sfumato, con il Boss che canta na-na-na.

04. Queen of the supermarket

Canzone d’amore grintoso come le facevano lui e Tom Waits, potrebbe essere la nuova Jersey Girl (appunto). Voce piano e chitarra stavano benissimo da soli, ma dopo una strofa vengono sommersi da un oceano non richiesto di coretti e violini, e tutto va in vacca. Gran prova vocale. Finale subacqueo in dodici ottavi, della serie: i ragazzi hanno tirato fuori questo giro mentre ero in bagno a pisciare, teniamolo come coda.

05. What love can do

“Lascia che ti faccia vedere cosa sa fare l’amore”. Anche qua il giretto di chitarra ha un che di familiare. Solita roba: coretti, rispostine con la Telecaster, qualcuno suona un cembalo, e in tre minuti il pezzo se ne va. Un po’ incolore, anche se a volte basta uno stop-and-go al punto giusto per far muovere la testa. Il problema (la bazza) è che gli stop-and-go sono sempre al punto giusto.

06. This life

I primi 15 secondi di intro incomprensibile preludono al primo pezzo un po’ diverso. Il batterista continua con lo stesso ritmo da sei canzoni, e vabbeh. Però l’armonia schiera un paio di accordini minori inaspettati e saporitissimi, per un testo che è un inno all’amore eterno: “questa vita e la prossima, insieme a te, che benedizione”. Vagamente beatlesiana. Cioè: sembra Springsteen che fa una cover dei Beatles. Coda con coretti pa-pa-pa, e il secondo assolo di sax del Big Man, sfumato ben presto. Non male.

07. Good eye

Qua ci siamo. Bluesaccio incarognito cantato dentro un bidone dell’immondizia con arrangiamento da fonderia. Dal vivo non la farà mai, troppo impestata. Ecco: sembra Springstenn che fa una cover degli Stones. Finora è l’unico pezzo che ho rimesso su da capo dopo averlo sentito la prima volta: armonica, rhodes e banjo, insieme, suonano da Dio. Quello che succede negli ultimi trenta secondi è il vertice dell’album. Finora.

08. Tomorrow never knows

Ah, già: Bob Dylan. Folk da tre accordi con batteria spazzolata, voce torcibudella e violini che per una volta tanto ci stanno bene. La canzone omonima dei Beatles non c’entra un tubo. Due minuti e tredici, e di più sarebbero troppi. Carina, carina. Non sembra neanche Springsteen.

09. Life itself

Sembra sempre che debba succedere qualcosa e non succede mai niente. E’ la vita, d’altra parte. La battuta è fiacca come i colpetti sul cerchio del rullante. Ha un che da colonna sonora, e sfuma nel nulla dopo quattro minuti troppo lunghi.

10. Kingdom of Days

Chitarra acustica e violoncello sono sempre una bella accoppiata, poi arriva tutto il resto della banda, e vabbeh. Sembra uno di quei pezzi un po’ tutti uguali della prima parte del disco. A un certo punto arriva un cambio di tonalità. E allora sembra uno di quei pezzi un po’ tutti uguali della prima parte del disco, un tono sopra. Ritornello da stadio. Cosa vuol dire Reame dei Giorni?

11. Surprise, surprise

See, magari. Qui c’è qualcosa dei R.E.M., sarà quella Rickenbacker in levare. I riff con il basso discendente sono belli a prescindere, e il crescendo finale con battiti di mani non è niente male. Ci sta come secondo singolo. Ma mica perché è bella: perché funziona.

12. The last Carnival

Questa vieni a suonarmela sul comodino, vecchio. Gli si rompe la voce, la chitarra la suona finalmente senza plettro, c’è un organetto laggiù in fondo al tunnel. Un gioiello. Un po’ sovrarrangiato, ma un gioello. Finalone gospel da tramonto nella Savana.

13. The Wrestler

Quella del film con Mickey Rourke. Ecco perché la prima traccia non è l’ultima, e l’ultima è questa: perché questa canzone è bellissima. E lo sai perché? Perché è disperata.

Ma com’è, questo disco?

Insomma. A un primo ascolto, eh: insomma. Tre-quattro buone canzoni su tredici è la media, la stessa media che ha fatto smettere alla gente di comprare i dischi. Molto allegro, Working on a dream, e i pezzi migliori sono quelli tristi. Iperprodotto e iperarrangiato, mannaggia a Brendan O’Brien: togliendo un po’ di roba alcune canzoni potevano suonare decisamente meglio. Ma queste sono chiacchiere da bar sport. Rammollito non si è rammollito, ma il problema non si è mai posto. Una piacevole conferma, si leggerà nei giornali dei prossimi giorni. Come dire: se vi piace Bruce Springsteen, vi piacerà il nuovo di Bruce Springsteen. Ah, beh.

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