c’era quella canzone dei glassjaw

[la gigantesca scritta STICAZZI] oggi daryl palumbo compie trent'anniC’era quella canzone dei Glassjaw, probabilmente non se la ricordano nemmeno i Glassjaw.
Probabilmente non ve li ricordate nemmeno, i Glassjaw.
Mascella di vetro, jaw. La mascella dello squalo.
Quella canzone dei Glassjaw diceva: I’m glad when you’re near, but I’m sad when you’re here.
Questo, quantomeno, è quello che ci sentiva dentro Gianluca. Non ha mai saputo troppo bene l’inglese, Gianluca.
Quella frase dei Glassjaw, in italiano, suona così: Sto bene quando sei vicina, ma sono triste quando sei qui.
Vicina: bene. Vicinissima: male. Incomprensibile.
E’ facile far giochi con l’inglese, son tutte parole corte, so easy to play games. E allora dimentichiamoci i Glassjaw. E dimentichiamoci pure Gianluca, come ci siamo dimenticati i Glassjaw.
Sto bene quando sei vicina, ma sono triste quando sei qui. Qui con me. E’ questa la compiuta definizione di quel nebuloso fenomeno che va sotto il nome di rapporto a distanza? Ecco, ho usato la locuzione “nebuloso fenomeno che va sotto il nome di”. Un po’ logora, in effetti. Come l’argomento Storie A Distanza. Ognuno la pensa a suo modo, sull’argomento storie a distanza. Gianluca – se esistesse, se ricordasse quella canzone dei Glassjaw – la penserebbe così:

Interno notte.
L’interno della Golf di Gianluca, di notte.
Con Gianluca dentro.

GIANLUCA Eh. No, no: sono fermo. Fermo sotto casa, sì. No, vabbeh, poi sveglio i miei. Eh, lo so. No, tranquilla. Eh, cosa ti racconto, chenesò. Normale. Mi senti? Boh, ogni tanto non prende in ‘sta zona. Senti, io e te siamo stati cinque minuti al telefono a parlare del fatto che stavamo parlando al telefono, di quanti soldi ci sono rimasti nello You&Me, o che ne so. No, non mi girano le palle, è una constatazione. Sì, una constatazione amichevole. Stammi a sentire: non si può usare il telefono in questo modo. Volevo dirlo prima io, ma l’ha già detto quel tizio di Ferrara: con le nostre discussioni serie si arricchiscono solo le compagnie telefoniche.

Sulla citazione de Le Luci della Centrale Elettrica, la parte di Gianluca smette immediatamente di essere credibile. La ragazza all’altro capo del telefono, se ci fosse una ragazza dall’altro capo del telefono, lo sputtanerebbe più o meno così:

Interno notte.
Interno della camera da letto di Angie, di notte.
Camera in cui Gianluca non entra da
troppo tempo.

ANGIE Sei un gran paraculo. Magari no, scusa, non volevo partire così carica. Però lo sapevamo, no? Sapevamo che il telefono sarebbe stato l’unico modo per rimanere in contatto, c’è Skype e tutto il resto però ‘sto cellulare… Lo so, lo so. E’ che ci viene voglia di sentirci alla sera, è normale. Quando siamo in giro. E’ che mi manchi.

E’ che mi manchi sembra una canzone degli 883. Una frase così cretina la dicono solo gli innamorati: Angie, cristosanto, lo è. Il punto è che Gianluca, forse, no. Questo, quantomeno, è quello che teme Angie.

GIANLUCA Io ti amo.

(Silenzio. Qualche colpo di tosse in platea)

Angie, ti scrivo quello che ti sto scrivendo, e te lo scrivo come te lo direi, perché a dirtelo non ce la farei. Hey, hey, hey. Non ne posso più. Quando ero solo un ragazzo, mia madre mi disse: “Fai sempre il bravo, non giocare con le pistole”. Ma non mi disse mai com’era fatto il mio cuore. L’ho dovuto imparare da solo com’è fatto il mio cuore, aprendomi il petto in due a furia di tossire. Una volta mi è venuto da sputare, ed era sangue. Era forte il male, costante e nero, un eroinomane cirroso e scimmiato. Mi viene da grattarmi, dal tanto che ti vorrei. Subito, ti ci voglio, su questo letto. Non in treno, tra due ore. Me le farò domani due ore di treno per vederti. Darò trenta euro a un bigliettaio ciccione per comprarmi il diritto a godere di te. Lo senti quanto fa schifo, ogni tanto?

Ah, guarda: finché posso, cerco di evitare il McDonald’s. Però le insalate sono buone.
Ah, beh, sì: le insalate, sì.
E i pakistani?
No, no: i pakistani non mi piacciono. Sono unti.

Uno sente conversazioni di questo genere, in treno. E gli passa ogni fantasia. Due universitari, capito Angie? Le teste pensanti di questo Paese! Continuiamo a lamentarci del gerontocomio, di quelli che guardano Rai Due alle dieci del mattino, e poi due universitari in treno, oltretutto a voce altissima: Ah, guarda: finché posso, cerco di evitare i McDonald’s. Finché posso? Lui parla come se volesse intortarsela, ma poi: “la mia morosa me lo dice sempre che sono disordinato”. Lei gli fa le domande più imbecilli, “in sette in un appartamento? E come fate per il bagno?”. Eh, come facciamo, dice Tarzan delle Scimmie, facciamo i turni. Lei, colpitissima: “Ah, beh. Io non ce la farei”. In realtà non capita quasi mai di fare la fila, dice Tarzan: sai com’è, noi ragazzi in bagno ci stiamo poco.
Oh, ma che bellezza: un luogo comune sessista abbinato a una battuta che non fa più ridere nessuno:

STUDENTE Io mi sono sempre chiesto perché le femmine…
STUDENTESSA … vanno in bagno insieme.
STUDENTE Eh.
STUDENTESSA Me lo sono sempre chiesta anch’io.

Poi, insieme, ridono. Lui pensa di avere fatto colpo, la risata femminile è un chiaro segno di disponibilità sessuale: una volta chiesero a Jessica Rabbit che cosa ci trovasse di tanto sexy in Roger Rabbit, e lei disse: Mi fa ridere. Lei pensa di avere fatto la figura di quella gnocca & spiritosa. E non è nemmeno gnocca.

(Continua. Chiedimi quando)

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One Comment

  1. Jeff
    Posted 10 febbraio 2009 at 15:22 | Permalink | Rispondi

    Lo so com’è che funziona. Terribile, ma poi passa. Tenete duro.

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