ventisettesimomarzo, puntata uno.

Il Collettivo Chipmukns

Il Collettivo Chipmukns

Bentornati!

Siamo Alvin & The Chipmunks, questa è la seconda puntata di ventisettesimomarzo (abbiamo portato le ragazze).

“Oggi mi ha chiamato il siciliano!”.

Non è un film: è lei che è innamorata. Forse. Si chiama René, è di Detroit e suona il violoncello. Sta nel sedile dietro, si accende una sigaretta e tira su un ginocchio. Stiamo andando in un posto che si chiama Vaso di Pandora: è la sala prove del Collettivo Ginsberg (tutta roba che si trova su internet). Guido io.

Seconda puntata (peli e treni)

Il Collettivo Ginsberg, in quanto collettivo, è felice e rivoluzionario. Non ha un capo, né una coda. C’è un nucleo di quattro teste: chitarra, voce, basso e batteria. Poi il chitarrista è un po’ acustico e un po’ elettrico, il basso a volte è un contrabbasso, il cantante ogni tanto butta le mani sul pianoforte, il batterista più che un batterista è un percussionista, il Collettivo ha il timbro oscillante di un castello fatto con le carte, anzi con le figurine, anzi con delle figurine con la maschera, disegnate su uno zerbino blues con sopra la gigantesca scritta: Benvenuti. Non ci sono facce, nel Collettivo Ginsberg.

Renè, la violoncellista del collettivo, pensa al suo amore siciliano. Le ride anche il culo.

Sei innamorata, le dico. O glielo chiedo, no mi ricordo.

Non lo so, dice lei. I don’t wanna cry wolf, you know? Però mi sembra la volta buona.

Cos’è cry wolf, chiede Fabio dal sedile di fianco.

Com’è in italiano? Dice Renè. Che tu dici sempre al lupo al lupo and nobody believes you anymore.

E’ come hai detto, “gridare al lupo al lupo”. Però è una cosa un po’ da libro stampato, o da storiella della mamma quando sei ragazzino. Capita raramente di sentire questa frase in una conversazione vera.

E pensare che io da piccola avevo paura dei lupi, dice Renè. Mi ricordo che una volta…

Oh what a lucky babysitter he was

Mi ricordo che una volta mi facevano paura i peli. La barba, i peli sul petto, sulla schiena, quelle cacatine attorcigliate ai capezzoli degli uomini troppo magri. Ogni volta che vedevo uno con la barba, scappavo. Allora una sera, avrò avuto cinque anni, andavo matta per Alvin & The Chipmunks, hai presente, no? Una sera i miei escono e mi lasciano con la baby sitter. Solo che la baby sitter sta male e manda suo fratello. Una barba enorme! Cioè, ha una barba normalissima, però stesa su tutta la faccia, nerissima, e lui è simpatico, ride, ma io non ce la faccio, appena lo vedo entrare scappo in camera mia e mi metto il cuscino in testa e ascolto Alvin & The Chipmunks fortissimo, perché ho paura. E intanto lui in salotto guadagna dieci dollari per stare una sera a non fare un cazzo sul divano di casa mia.

Che cosa ho imparato oggi

Oggi ho imparato che usare il computer portatile sul treno ti rende Intoccabile. Ho imparato anche che è importante avere una faccia, o una maschera che sembri una faccia, qualcosa. Perché se la seconda classe è piena io mi siedo in prima, con il biglietto di seconda. Se ho in testa il cappuccio e sulle ginocchia il libro dell’Estremo Scrittore Slavo, tempo tre minuti e arriva il controllore a dirmi: Questa è la prima, tira giù i piedi, c’è posto in fondo al treno, raus. Ma se invece: camicina, capello corto, portatile, ecco che il controllore sa che io sto scrivendo il documento di word che ci salverà nell’ora dell’Apocalittico Sbriciolamento Cosmico, e mi lascia in pace con verde e baffuta deferenza. Se dormissi verrebbe a svegliarmi. Se lavoro, mi lascia lavorare. Com’era? “L’artigiano intento all’opera non ha il dovere di alzare il capo nemmeno al passaggio del Re”. A un certo punto il controllo-Re si avvicina e mi chiede se il siciliano di Renè ha la barba. No, dice Renè, no. Cioè, non particolarmente. Normale. Ma cosa c’entrano allora i peli? Era per la storia del lupo. Che lupo? Never cry wolf: non voglio più dire che sono innamorata finché non vedo il lupo.

Il punto, signore signori

Il punto non c’è. C’è una storia, però. Anzi, una sceneggiata. La sceneggiata s’intitola ventisettesimomarzo. Questa era la seconda puntata, o puntata uno. Ogni puntata di questa sceneggiata è letta e registrata dalla voce di un’incolpevole speaker radiofonica. Si chiama Vania, e ancora non ha parlato. Se questa cosa diventasse un podcast, il podcast sarebbe da chiedere all’indirizzo di questo posto, buono anche per numeri arretrati, consigli, segnalazioni, lamentele, opere di bene. Al prossimo marzo.

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