ventisettesimomarzo, puntata tre [strategie d’invisibilità]

Questa non è la Grande Mela (nemmeno Terni)

Questa non è la Grande Mela (nemmeno Terni)

“Ebbene, come è noto, la stregoneria basta che cominci e non la fermi più” (Michail Bulgakov). Se vai con il cieco, impari a non essere visto. Un bel respiro, pronti, via: non si vedono in giro molti non vedenti. Io ho un amico cieco. Quando parliamo, lo guardo. Lo guardo in continuazione: mi piace cartografare la gente mentre parla. Di solito mi succede con i passanti a cui chiedo indicazioni, ma non è il top dell’educazione: il vecchio mi dice Dopo la fontana di piazza Tacito prendi per la Stazione, a destra ti trovi le Poste e subito dopo giri in Parco della Vittoria. No, Parco della Vittoria non me lo dice, mi sembra di stare dentro al Monopoli perché la sera prima ho visto uno spettacolo noiosissimo e il palco dava un’idea di scacchiera, di tavolo da gioco, molto geometrico, minimale, qualcosa che avrebbe voluto essere Dogville e invece era Così poi facciamo prima a smontare la scenografia e non ci si fredda la cena. Mentre il vecchio mi dà le indicazioni, tuttavia, io non penso al Monopoli.

In realtà, mentre il vecchio parla io guardo il suo fiero naso da bevitore, il suo enorme neo e la sua ancor più enorme automobile tedesca, poi di nuovo il suo cappello con la visiera e le sue sopracciglia come spazzolini sfatti, le mani di puro suino, e finisce che io lo guardo e lui vede che lo sto guardando troppo, e mi guarda pensando Questo è frocio. Il vecchio l’ho rivisto il giorno dopo in coda al supermercato: il centro di Terni è piccolino, alle due del pomeriggio al supermercato ci siamo solo io, i vecchi e le badanti di quelli più vecchi. Mi sono detto: ma pensa te, il vecchio di ieri, sono qua da due giorni e l’ho già visto due volte, quasi quasi vado lì e lo saluto e lo ringrazio per la gentilezza, sì, mi sembra una cosa carina da fare, sì, ci vado. Poi non ci sono andato. Ma stavamo parlando del mio amico cieco. Si chiama Bafio (è un nome inventato).

Quando parliamo, io guardo il mio amico cieco in continuazione: l’invisibile sono io. Quando siamo io e Bafio e gli altri, finisce che Bafio, a un certo punto, non lo sta guardando più nessuno: non ci sentiamo in obbligo di iniziare una conversazione con una persona se prima non c’è stato quello sguardo come per dire “ma pensa te, nemmeno tu stai parlando con nessuno”. Quando tutti-parlano-con-tutti, nessuno sta parlando con Bafio. Chi si rivolge a lui, di solito lo fa perché ha qualcosa da dirgli. Il che rende Bafio una persona piuttosto fortunata. E invisibile: conquistabile solo a parole.

Prima dell’inizio dello Spettacolo Noiosissimo, il mingherlino con la barba che ci ha fatti entrare gratis mi allunga la mano, dice Piacere e poi dice il suo nome. Non lo sento: come al solito, gli sto dicendo sopra il mio. Il mingherlino mi stringe la mano, e mentre lo fa non mi guarda negli occhi. Poi continua a parlare con quei ragazzi, io faccio un passo indietro e decido che non lo guarderò mai più per tutta la vita, perché un vedente che non ti guarda negli occhi nemmeno quando ti dà la mano è una brutta persona (oh-oh-oh, senti qua, la sentenza dell’una e mezza. Non c’è mai uno scriba a portata di mano quando il giovane Faraone ci regala le sue perle da fine conoscitore del linguaggio del corpo).

Terni è una città normale, talmente normale che sembra Forlì: ci sono i palazzoni fascisti con sopra le scritte antifasciste, e i palazzoni sono delle scuole e i ragazzi ci escono. A Terni i tre allegri ragazzi vivi stanno quattro ore in una sala prove grande come un campo da calcio, però con il soffitto, e sul soffitto c’è una rete di faretti buoni per illuminarci tutto un carnevale. Poi si fa ora di pranzo, arrivo io con un pezzo di focaccia e quattro etti di prosciutto crudo di quello che costa meno, ci sediamo e mangiamo. Quando finisce l’acqua nella bottiglia, Consuelo la riempie dal rubinetto del bagno. Sto mangiando pane e prosciutto in una sala prove in mezzo all’Italia con tre persone che stanno costruendo uno spettacolo a furia di improvvisazioni, se fossimo jazzisti le chiameremmo jam, come la marmellata. Tutto questo potrebbe non finire mai.

Il punto non c’è. C’è una storia, però. Anzi, una sceneggiata. La sceneggiata s’intitola ventisettesimomarzo. Questa era la quarta puntata, o puntata tre. Il seguente indirizzo è buono anche per numeri arretrati, consigli, segnalazioni, lamentele, opere di bene. Al prossimo marzo.

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3 Comments

  1. Gianni
    Posted 11 marzo 2009 at 16:00 | Permalink | Rispondi

    Grazie per avermi descritto come “ragazzo vivo”.
    ma soprattutto grazie per tutto quel prosciutto e per tutte quelle (ancora calde) focaccine!

  2. gianni
    Posted 11 marzo 2009 at 16:01 | Permalink | Rispondi

    Grazie per il ragazzo vivo e soprattutto per il prosciutto e le (ancora calde) focaccine!

  3. Posted 12 marzo 2009 at 16:21 | Permalink | Rispondi

    Cosa Nostra Beck Ola!

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