a quest’ora ero ingegnere (cit.)

il pan del diavolo

il pan del diavolo

Ho trovato il mio disco preferito per il prossimo quarto d’ora, o più probabilmente per la prossima primavera. Si chiamano il Pan del Diavolo, non ho ancora capito se ci vada l’articolo o no. C’è questa canzone che parla di piante che crescono dalle ginocchia, con il fusto le f-f-foglie e tutto, e di lui che si schianta con la sua 350 a quattro marce, cade, cade su di te e muore. Io non so nemmeno che cosa sia, una 350 a quattro marce: posso solo immaginare che sia qualcosa di più piccolo di una 500 (grossomodo due terzi, in effetti). E insomma, l’altra sera ero a Bologna con la fava in mano ad aspettare due piccioni: uno era il Teatro San Martino, l’altro era il Pan del Diavolo. Esco dal Teatro San Martino che sono le nove e mezza: per cena ho mangiato poca carne lessa fredda senza pane direttamente dal gugiotto di plastica, tre ore fa. Non ho energia. Decido che due euro e venti al gelataio delle Due Torri glieli posso pure dare: il pistacchio abbraccia il cioccolato aromatizzato alla cannella e mi rimette al mondo; tre ragazze con lo stesso tipo di piercing nello stesso tipo di naso ridono della mia berretta da bambino e del mio cappotto da vecchio, ordinano coppette piccole e non danno soddisfazione nemmeno sotto sforzo; la gelataia non mi guarda negli occhi, il gelataio sì, capisce tutto, sorride. Esco, c’è via Zamboni ed è piena di Erasmus spagnoli, poi piazza Verdi, venti ragazzi ventuno poliziotti, i muri che sputano fuoco e sentenze, dopo tutto non fa così freddo.

“Scusa, sai mica dov’è il Vag 61?”. La tipa ha un che di familiare.
Sì, blablabla, glielo spiego, poi: “Vai a vedere il Pan del Diavolo?”.
Lei si accende, e pensa: il tipo ha un che di familiare. “Sì – mi dice – come fai a saperlo?”.
“Beh, mi hai chiesto dov’è il Vag, stasera loro suonano al Vag, non era difficile”.
“Ho capito. Però non è che lo sappia molta gente, non sono mica così famosi”.
“Tu come fai a saperlo?” chiedo io.
“Sono amici miei. Sono di Palermo” dice lei. Finalmente si decide: “Ma io e te non ci siamo già visti? Sei di Forlì, vero?”.
Per una serie non troppo complessa di gradi di separazione in effetti sì, io e te ci siamo già visti, ho preso il caffè a casa tua, ti ho persino portata a bere nel mio bar preferito a Forlì. “Il loro disco è uscito per l’etichetta di un mio amico – dico io, e mi sento immediatamente molto fico – Mi aveva detto di tenerli d’occhio, ho visto sul loro myspace che stasera suonavano a Bologna, e oggi dovevo fare delle altre cose a Bologna, e allora i due piccioni e la fava, e poi in fondo sono anche un po’ giornalista, sai com’è, i nuovi gruppi, la scena, le copertine di XL…”.
La tipa ha smesso di ascoltarmi da un po’, voleva solo sapere dov’era il Vag 61.
“Verrei con te – le dico, facendo finta che me l’abbia chiesto – ma sto cercando casa. Ci vediamo là tra un’oretta”.
“Ah. Ok. Ciao”.
Siamo in via Zamboni. Io giro con il naso attaccato agli annunci immobiliari e una tipa sta andando a piedi dall’altra parte della città. Ci incrociamo e scopriamo che ci conoscevamo già, e che stiamo pure andando allo stesso concerto, e il concerto non è Vasco Rossi al Primo Maggio, ma il Pan del Diavolo al Vag 61. Sono coincidenze che fanno pensare.

Invece di pensare alle coincidenze, penso a cercarmi casa. La trovo, credo. Quantomeno una stanza. Faccio le undici a parlare con tre sconosciuti per convicerli a diventare i miei coinquilini, loro ridono e io credo di piacergli un sacco. Beh, ragazzi, allora ciao, io vado al Vag a sentire il Pan del Diavolo, venite con me?
“Ma chi sono ‘sti Pan del Diavolo?”.

Sono un gruppo strepitoso, e io me lo sono perso: quando arrivo al Vag c’è il cantante / chitarrista / suonatore di grancassa che carica la roba in macchina.
“Avete già finito?”.
“Mi dispiace, cumpà”.

Ritrovo la nostra comune amica (più loro che mia), lei sbatte le palpebre e io guadagno il loro primo, omonimo disco. Tutto intorno, i cani. Il Vag è uno spazio autogestito. Non spacciare, non comprare. Poi torno a casa, guardo su myspace e ci trovo tutte le cose che vi sareste aspettati di trovare in questo articolo, se questo fosse un articolo: il Mei di Faenza, Italia Wave, l’etichetta (del mio amico) nata apposta per produrre il loro disco, i Gogol Bordello, il tour, Folk Rock / Bluegrass / Rockabilly, ma le etichette non rendono mai l’idea, e nemmeno gli articoli dei giornali, e nemmeno i post dei blog, e allora ascoltatevi ‘sta cazzo di canzone: si chiama I Fiori.

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3 Comments

  1. nelli
    Posted 21 aprile 2009 at 19:19 | Permalink | Rispondi

    vabbè, le congiunture astrali continuano a imporsi… e la ragazza di via zamboni becca per caso l’articolo (o presunto tale) sul web..
    felice che ti sia piaciuto il disco…!

    a.

  2. silkeyfoot
    Posted 22 aprile 2009 at 07:10 | Permalink | Rispondi

    presunto tale, sì.
    ciao antonella: il disco, in effetti, spacca.
    hai visto che suonano il 1 maggio a santarcangelo?
    hai visto che suonano il 9 maggio in valverde?
    hai visto?
    hai visto?

    :)

  3. nelli
    Posted 23 aprile 2009 at 00:24 | Permalink | Rispondi

    sisi, ovvio che ho visto..
    è stato assurdo beccare per caso la locandina in valverde.. io, sempre per quelle questioni di congiunture astrali – che però tendenzialmente sono avverse – il 9 sono a palermo (pensa un pò..). mi sa che a questo punto mi renderai il favore e mi racconterai tu del concerto che mi sono persa.. sob

    [colgo l’occasione per manifestare apprezzamento per i contenuti del blog, tanti spunti interessanti, grazie..!]

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