ventisettesimomarzo, puntata sei [compiere gli anni sul treno]

this coltrane is bound to glory

this coltrane is bound to glory

Per l’ora dell’aperitivo il cielo tiene da parte il colore migliore, un arancione fluorescente abbastanza finto. Il treno regionale pedala tranquillo, i giornali non svolazzano e i francesi sono sereni, lo dice pure Jeff Israely su Internazionale. Ogni tanto un bolide più veloce ci supera da destra: dentro c’è gente che dorme, come qui, ma più comodi. Un po’ di autostrada, i benzinai, il bambino alla mia sinistra riflesso nel vetro alla mia destra. Il bambino mangia un panino più grande di lui, dentro c’è il prosciutto e il formaggio e l’insalata e la maionese. Lo studia attentamente prima di ogni morso: quando la foglia è troppo grande la strappa, quando lo Scottex è troppo vicino lo accartoccia. Ha la frangia. Non arriva a terra con i piedi, storpia i nomi delle fermate e non sta fermo un secondo: “Mattia, finisci quel panino. Mattia, lascia stare il signore. Mattia, basta”.
Sale un prete, chiede se è libero e si siede di fronte a Mattia. Il prete sembra Samuel L. Jackson: ride, ha i pantaloni a righe e due basette inspiegabili. Mattia gli incolla gli occhi addosso, il prete capisce e sorride. Samuel L. Jackson tira fuori un cellulare e un biglietto, fa il numero che c’è scritto sopra. Chiama e sta ad aspettare. Nessuno risponde. Appoggia il cellulare, e il cellulare suona. Il sacerdote africano con i pantaloni a righe inizia a parlare in inglese con un forte accento francese, si guarda intorno in continuazione e piega e spiega e ripiega il foglietto con la mano libera. Mattia è definitivamente conquistato.
Di notte leoni di giorno collioni: il tipo seduto di fronte a me è già collassato. Ha un cappello minuscolo in cima alla testa, e intorno al collo una kefia virata sul viola. Sembra molto più sveglio da dormiente che da sveglio. Ogni tanto apre gli occhi, fradici lucidi rossi: si guarda intorno abbastanza incazzato, poi li richiude e dorme. Sta pensando: cheppalle. Gli suona il cellulare, è un IPhone. Nella suoneria c’è un sacco di chitarra elettrica. Parla a voce bassissima, tre parole alla volta: il chiacchierone dei due è l’altro.
Per un po’ mi addormento anch’io. Sogno le tigri azzurre. Sogno un’arancia grande come un cocomero. Sogno Mattia. Sogno Caligola che mi bussa su una spalla perché vuole la luna, e la luna è fradicia e rossa come gli occhi del tipo, tutta coperta di alghe spettinate. Mi sveglia la vibrazione del cellulare. E’ mia mamma. Parlo a voce bassissima, tre parole alla volta. Il cielo ormai ha il vestito scuro. Il tizio di fronte a me si sveglia, si alza in piedi, si gratta una palla senza troppo pudore e guadagna il bagno. Scommetto venti euro con me stesso che va a fumarsi una paglia di nascosto. Torna dopo cinque minuti: puzza. Ho vinto. Mattia ha finito il panino, sua madre gli allunga una bottiglietta d’acqua e lui ci sputa dentro un po’ di briciole.
Compio ventisette anni il diciassette marzo. E’ dopodomani, ma potrebbe benissimo essere oggi. A ventisette anni sono morti: Kurt Cobain, Jimi Hendrix, Janis Joplin, Jim Morrison, Robert Johnson. Io sto abbastanza bene, grazie. Ventisette anni sono venti in più di Mattia e venti in meno del prete africano che sembra Samuel L. Jackson.
Le cose non sono mai come sembrano, Mattia (tuo zio te lo dirà, prima o poi). L’anno scorso, per esempio. Non ho mai preso il treno. Sembravo fermo. Vivevo con la mamma, andavo a lavorare a piedi e quando tornavo a casa ogni tanto c’era un sacco di gente. Era bello. Tu eri ancora un gatto, forse una gatta; ogni tanto avevi paura, ma stavi bene sulle mie ginocchia. Bello, bene. Piantato in una shittadina di provinshia a ventisciei anni. Uno stereotipo con i controfiocchi. Poi la gente cambia idea. Ho deciso di muovermi. Ho provato a correre, ma avevo mangiato troppi panini e mi ha fatto male la milza, subito. Mi sono fermato per bere e ho visto il cielo sfatto, in pigiama, senza voglia di pioggia. Mi sono fermato per bere ed ero rimasto senz’acqua. Mi sono fermato. Poi ho guardato per terra, e per terra c’era il mare. Perso nell’acqua con dentro il cloruro di sodio, niente più sentieri, solo correnti. E le correnti girano, uno le prende e parte, ma poi torna. Se uno è un gabbiano, se sa fare, vola al contrario. Se uno è un pesce, no: c’è l’acqua intorno che lo tiene giù. E’ bella l’acqua: non sta ferma. Allora uno nuota, già che c’è. Solo che poi c’è il branco, le stelle nel cielo e le stelle nel mare, le metafore imbecilli e la fotta di scrivere, di suonare, di essere una bella persona, di essere gentile, di essere diverso dai miei genitori, diverso dal tipo con la kefia che dorme di fronte a me in treno la sera che compio ventisette anni, la sera che mi accorgo che dall’anno scorso mi sono mosso, ma non se n’è accorto nessuno perché ho perso di vista il banco, senza erre, quello dei pesci si chiama banco, e prendo i treni ma poi torno sempre.
Non sono un pesce, Mattia. Neanche un gabbiano. In realtà sono uno di quegli insetti di cui nessuno si ricorda mai il nome, un esemplare da libro di scienze delle medie, quei ragni pattinatori che scheggiano sul pelo dell’acqua, com’è che si chiamano? Uno di quelli.
Il punto non c’è. C’è una storia, però. Anzi, una sceneggiata. La sceneggiata s’intitola ventisettesimomarzo. Questa era la settima puntata, o puntata sei. I vostri auguri di compleanno saranno più graditi se li accompagnerete con il nome dell’insetto di cui non mi viene in mente il nome. Al prossimo marzo.

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