il mare asciugato

ulisse, probabilmente

ulisse, probabilmente

La faccia di Lucas Achirico sembra un totem, e nelle mani del totem c’è un charango a dieci corde. Mio nonno torna dal regno delle ombre e gli dice: suona Romagna e Sangiovese, amigo. Lucas attacca, Ulisse si mette a ridere e ripensa a quella volta, molti anni prima, in cui suo padre Laerte lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio del lago Titicaca. C’era una foresta di totoras, in riva al lago.
Le totoras sono delle canne sottili e resistenti. Saranno alte quattro metri, spettinate. In scena ce ne sono centodieci, appese come tendine della doccia. Mio nonno muove la bocca ma non canta, Ulisse guarda il ghiaccio e il ghiaccio si disfa in acqua salata. In faccia a questo mare color del Sangiovese, il totem Lucas Achirico ripensa a quella volta, molti anni prima, in riva al lago Titicaca, quando stava piantato come una foresta di totoras e guardava fisso un punto a quattro metri da terra, dietro le nostre spalle. Mi giro: dietro di me c’è un pompiere che mastica una cicca, siamo a teatro, silenzio, mi scusi.
Ulisse fa l’amore con Calipso, ma è un ricordo che vale dieci lire. Mio amore bruno, devi andartene da questa isola. Ok, bambola. Allora ti chiamo io, ok? Silenzio. Ciglia che sbattono. Facciamolo per l’ultima volta, Ulisse. Tra le totoras silenziose, Ulisse e Calipso combattono il loro ultimo amplesso: si sputano in faccia, a un certo punto salta fuori una spada, lei è orientale e fa le acrobazie, sembra la foresta dei pugnali volanti, lui è un marinaio e ha poco tempo da perdere, bum, a terra. Sussultano. Addio, bambola, sei stata divina. Ah, ah.
L’Odissea del Teatro de los Andes dura due ore e mezza, ci sono voluti dieci mesi solo per fare il montaggio. Gonzalo Callejas e Alice Guimanares, seduti per terra, ci raccontano la storia il giorno dopo Pasqua, all’ora di pranzo, sul palco di un teatro vuoto: “Il trabajo è collettivo – dice Alice – ognuno porta le sue sugestiones, y nosotros creamos como un atmòsfera che ci serve per le improvvisazioni”. Ogni giorno in sala prove. Ogni giorno in sala prove. Ogni giorno in sala prove. A questo punto dei discorsi penso sempre la solita cosa, allora adesso la scrivo così smetto di pensarla: un fornaio, per esempio. Un fornaio sta otto ore al giorno a fare il pane. Anche più di otto ore al giorno. Ogni giorno nel forno del pane. Ogni giorno nel forno del pane. Anche la notte, in effetti. Il mio compagno di banco delle medie fa il fornaio. Non era un fornaio, da piccolo. Ha iniziato a fare il fornaio a vent’anni, e a venticinque era un fornaio fatto e finito. Otto ore al giorno nel forno del pane trasformano radicalmente i tuoi gesti, che a questo punto dovrei descrivere con un’elegante metafora ma non ne ho voglia. Il mio compagno di banco delle medie è un fornaio. Non è un fornaio famoso: guadagna il giusto e si accontenta di poco. Al posto di “fornaio”, mettiamo la parola “musicista”. Ogni giorno in sala prove. Ogni giorno in sala prove. O a dare lezioni. Laboratori. Marchette ai matrimoni. Concerti lontanissimi. Il mio compagno di banco delle medie è un musicista. Non è un musicista famoso: si accontenta di poco, ma non guadagna nemmeno quel poco. E’ un musicista nello stesso modo in cui sono musicisti quelli famosi. La differenza la fanno i soldi (o la fama, il riconoscimento, il valore…). “Alice – chiede una tipa – come si fa a diventare come voi?”.
Gonzalo e Alice (e Lucas e Cynthia e Mia e Karen e Paola e Ulises e Juliàn e César e chissà quanti altri) sono il Teatro de los Andes. Attori. Musicisti. Danzatori. Compositori. Improvvisatori. Registi. Artisti. Probabilmente anche fornai. Non erano eccezionali, da piccoli. Uno ha fatto l’albero nella recita di terza media. Poi però si sono presi un teatro-fattoria in Bolivia, e lì da diciassette anni zappano la terra finché ci trovano sotto il mare. Di notte César Brie gioca a scacchi contro il Totem, e di giorno c’è sempre qualcuno in sala prove. Ogni giorno in sala prove. Alla sera, César Brie prende uno straccio e asciuga il mare rimasto sulle assi di legno. Una vita radicale, monastica, essenziale, potrei andare avanti con i sinonimi fino a domattina ma rimarrei sempre uno-che-ne-scrive dalla cucina di un appartamento in affitto, e non centrerei il punto. Punto.

prossime date:
30 aprile,Teatro Comunale, Ruvo di Puglia
2 e 3 maggio, CantieriKoreja, Lecce
8 e 9 maggio, Fabbrica Europa, Firenze

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