il poeta nel vulcano

lo so, non è il vulcano

(lo so, non è il vulcano Kuchinoerabu)

Ci sono le sue impronte stampate sul pendio del vulcano. Impronte in salita. E nessuna impronta in discesa. Craig Arnold si è volatilizzato. Craig Arnold è un poeta americano, ha 41 anni. Per campare insegna letteratura inglese all’Università del Wyoming, ma la sua passione è la scrittura. Scrivere. Scrivere e viaggiare: il padre di Craig era un militare di carriera, e il ragazzo ha vissuto un po’ in tutto il mondo. Soprattutto, da adolescente, quattro anni in Giappone. E il Giappone, una volta che ti è entrato dentro, non lo tiri fuori nemmeno con le bacchette. Allora, una sera di qualche mese fa, succede: Craig porta fuori a cena la sua ragazza, Rebecca. “Reb, io parto”. “Lo sapevo”. Cinque mesi in Giappone a fare il poeta vagabondo, con un chiodo fisso piantato nel cervello: scrivere Il Libro Definitivo Sui Vulcani. Uno zaino, un iPhone, due soldi. Destinazione: Isole Ryukyu, sud del Giappone. “Se non mi faccio sentire per 48 ore, inizia a cercare aiuto”.
Il vulcano Kuchinoerabu non è difficile da scalare. Difficoltà 2 su 10, dicono le guide locali. “E poi Craig ha girato il mondo – dice suo fratello, Chris – questo è una passeggiata di salute”. Chris sta andando in Giappone a capire che fine ha fatto suo fratello. La mattina del 27 aprile Craig è uscito dall’albergo, è andato verso il vulcano e non è più tornato. Le ricerche sono partite la sera stessa. La zona è completamente ricoperta da una fittissima foresta di bambù, girarci sopra con l’elicottero è inutile: le autorità locali hanno mobilitato una quarantina di guardie forestali con i cani, ma in tre giorni non è venuto fuori nulla. La legge giapponese è implacabile: le ricerche delle persone scomparse possono andare avanti solo tre giorni, passati i quali ci si mette una croce sopra. “Mio fratello non ha un gran senso dell’orientamento – racconta Chris – una volta ha usato il GPS della macchina per arrivare a casa mia, a Brooklyn. Però è allenato, esperto di montagna e soprattutto non è il tipo da imprese impossibili: ha una compagna e un figlio, sa che non può mettersi a fare l’eroe”. Rebecca è in ansia, ma non perde la speranza: “Ce la farà. Ovunque sia, è là. Ed è vivo. So che si farà sentire. Mi dice sempre: ‘Uno scrittore è uno che va nei posti dove la gente non può o non vuole andare, poi torna a casa e racconta quello che ha visto’. Io aspetto solo che torni a casa a raccontarmelo”. Scrivere un libro sui vulcani. Scrivere un libro sui vulcani. Scrivere un libro sui vulcani. Forse l’unico modo per scrivere un libro sui vulcani è salire in cima al vulcano e volare via.
L’odore delle foglie di angelica è dolce, lievemente muschiato: non proprio menta, non proprio ginepro. E’ un odore pulito, scompigliato dal vento, l’odore di un prato, dell’Inghilterra, del verde, l’odore di una strada dopo la pioggia. E’ l’odore di un mondo in cui non c’è nulla di putrido o sulfureo, un mondo in cui tutte le porcherie sono state lavate via. L’angelica è una pianta della famiglia delle apiaceae: la stessa della cicuta, quella con cui si è ucciso Socrate. Alcuni dicono che il suo nome derivi da un angelo, che per primo ne svelò le proprietà curative a un monaco eremita. Altri dicono che si chiami così perché fiorisce la prima settimana di maggio, e l’otto maggio è San Michele, Arcangelo. Qua in Giappone la chiamano ashitaba, “foglia del domani”. Dicono che cresca così in fretta che le foglie raccolte la sera sono già cresciute la mattina dopo. Tra il 1600 e il 1800, nel cosiddetto Periodo Edo, molte delle isole dell’arcipelago in cui mi trovo venivano usate come colonie penali: i delinquenti dell’Impero erano spediti qua a morire di fame. Solo che non ne moriva nessuno. Allora lo shogun mandò i suoi soldati a indagare come mai questi disgraziati si ostinassero a vivere nonostante nessuno desse loro da mangiare. I soldati scoprirono che gli assassini mangiavano la foglia del domani, che cresceva selvatica nel prato della prigione.
Non cercatemi. Il mio libro è il mio smarrimento.

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una poesia di Craig: Incubus

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