di cui ne ricorre

Cantavo delle gran cover al Sin-é, un localino piuttosto fico dell’East Village di Manhattan. Sono venuto pure a suonare al Vidia, a Cesena, sarà stato il ’95. Il 29 maggio del 1997 sono entrato nel fiume Wolf, che vuol dire lupo. Nel Mississippi. Sono entrato nel fiume Lupo con le scarpe, la camicia e tutto. Canticchiavo Whole Lotta Love dei Led Zeppelin. Il mio corpo l’hanno trovato una settimana dopo.
Nasco in California nel 1966. Mia madre è un quarto greca, un quarto francese, un quarto americana e un quarto panamense. Mio padre è Tim Buckley, lo sanno tutti, quello che cantava le canzoni alle sirene. Me lo raccontano, perché io lo vedo per la prima volta quando ho 8 anni. L’anno dopo, lui muore di overdose. Cresco con mamma, patrigno e fratellastro. Dottor Freud, questa è roba per lei.
La mia mamma canta in continuazione. Suona anche il pianoforte, e il violoncello. Io muovo la bocca. Quando non mi sente, canto. Prendo in mano la mia prima chitarra alle scuole medie, scopro i Led Zeppelin e i baci con la lingua. Dai 18 ai 24 anni faccio le pulizie in un albergo a Hollywood, e intanto cerco di suonare il più possibile, con chiunque, ovunque: faccio pure un tour con Shinehead, un cantante reggae che non si ricorda nessuno. Nel febbraio del ’90 vado a stare a New York, e mi si spalanca il cervello: conosco Nusrat Fateh Ali Khan, il più grande musicista pakistano di tutti i tempi. Che voce, cazzo. Poi m’innamoro di Robert Johnson, come tutti. E dei Bad Brains, un gruppo hardcore che non si ricorda (quasi) nessuno.
Nel ’91 vado alla chiesa di Sant’Anna, a Brooklyn, per cantare a un concerto-tributo in memoria di quel tossico di mio padre. E’ la prima volta che mi esibisco di fronte a così tanta gente. Canto Once I was, voce e chitarra, a metà mi si spacca una corda e finisco la canzone a cappella, senza chitarra, solo la mia voce e la chiesa e la mia riconciliazione con l’ingombrante assenza di babbo Tim. Sulle panche, qualcuno piange. Ma chi è ‘sto ragazzino? Il figlio di Tim. Urca.
Torno a Manhattan nel ’92. Ho la serata fissa del lunedì al Sin-é, il mio bar preferito. Io, una Telecaster presa in prestito e un microfono. Faccio un fottìo di cover, l’imprescindibile gavetta per imparare a non farmi venire la cagarella sul palco: Nina Simone, Billie Holiday, Van Morrison, i Led Zeppelin, Bob Dylan, Édith Piaf, gli Smiths, Leonard Cohen. Ancora oggi c’è gente che crede che Hallelujah di Leonard Cohen l’abbia scritta io. Ancora oggi c’è gente che The Way Young Lovers Do di Van Morrison, come la faccio io, non la fa neanche Van Morrison. Tempo sei mesi e succede la scena cinematografica: una limousine gigantesca arriva al Sin-é, il tizio della Columbia spegne il sigaro e mi offre una barca di soldi per fare tre dischi. Io firmo, olè. Il tizio della Columbia fa uscire un mini-cd con quattro pezzi, voce e chitarra: si chiama, indovinate un po’, Live at Sin-è. Dopodiché, mi chiudo(no) in studio di registrazione.
Salta fuori Grace (1994), un disco perfetto. I dischi perfetti, quando li fai, poi arriva il Turbine e ti castiga: giro il mondo tre anni, suono benissimo e ho quattro ottave di estensione vocale e come se non bastasse sono pure molto figo, dopo un po’ è uno stress, fìdati. Litigo con il mio batterista, vengo a suonare al Vidia di Cesena, torno in America, dovrei registrare un altro disco, va bene signor Columbia, adesso mi ci metto. Il disco si chiamerà: Il Mio Dolce Cuoricino Ubriaco. My Sweetheart The Drunk vedrà la luce a pezzi, perché io ho un appuntamento con le sirene: la sera del 29 maggio, sobrio e senza stimolanti in corpo, decido che voglio fare il bagno nel fiume Lupo. Ci entro dentro, ne esco una settimana dopo: bianco, gonfio, sfatto.
Di Jeff Buckley ci rimane una morte incomprensibile. Un talento strabordante. Una manciata di dischi dal vivo. Le schegge del Cuoricino Ubriaco che se non uscivano era quasi uguale. E poi Grace. Ecco, oggi fanno esattamente dodici anni che Jeff Buckley non c’è più. Ascoltate Grace. Ascoltate Grace. Ascoltate Grace. Volevo solo dirvi questo.

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3 Comments

  1. NightNurse
    Posted 5 giugno 2009 at 12:07 | Permalink | Rispondi

    Io al Sin-è ci vado spesso, mi siedo, prendo una guinness e ascolto Jeff che canta e suona. Mentre bevo la mia birra canticchio che ormai so tutto a memoria, pure i pezzi parlati…it’s a fabulous night for a guinness..
    Piansi parecchio quando se ne andò, l’amore per il suo disco perfetto era (è) troppo forte.

  2. silkeyfoot
    Posted 5 giugno 2009 at 15:00 | Permalink | Rispondi

    e la volta che ha fatto l’imitazione di jim morrison?
    che spasso.
    ma lo leggi finzioni lì, in francia, vero?
    mi sembri tipo da.
    da-dàà.
    santè.

  3. NightNurse
    Posted 5 giugno 2009 at 15:23 | Permalink | Rispondi

    potere del web e finzioni arriva anche qui, in questa francia.
    Io sono un tipo da fiore rosso nel costume :-)

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